Semiotizzare l’animale – raccontarlo, dirlo, rappresentarlo, pensarlo, farne oggetto di scienza e di sapere – è gestire una politica della soglia insicura: quella che lo separa, più o meno ostinatamente, dall’uomo. Ora garantendone un’autonomia supposta naturale, dunque apparentemente scevra da implicazioni etico-politiche. Ora subendo le continue incursioni, a più livelli e con differenti intensità, dell’animale-uomo. Non sfugge a questo chiasma la semiotica, scienza dei sistemi e processi della significazione, che già dalle sue prime strategie di ricerca inseriva la questione dei linguaggi delle differenti specie animali fra i suoi obiettivi fondazionali. Era la zoosemiotica, la quale, per forza di cose, s’è trovata a sposare un paradigma di ricerca di tipo scientista e naturalista, provvedendo a tenere distinte le lingue degli umani da quelle dei non-umani. Le recenti ricerche in ambito di antropologia della natura e di sociologia delle scienze permettono di ripensare la questione zoosemiotica in modo diverso. Piuttosto che occuparsi di un presunto linguaggio naturale degli animali non umani, scommettendo su una loro coscienza riflessiva, potrebbe essere più conducente, per una semiotica come studio delle forme del senso umano e sociale, lavorare sul loro discorso, dunque sulle interazioni effettive, tanto comunicative e scientifiche quanto pratiche e funzionali, fra umani e non umani. I quali, volenti o nolenti, si costituiscono reciproca- mente, andando costantemente a rivedere quella soglia insicura che, separandoli, li tiene insieme.

Sommario Zoosemiotica

Marrone G.
Zoosemiotica 2.0 – Forme e politiche dell’animalità
Edizioni Museo Pasqualino
2017

Marrone G., Zoosemiotica 2.0, Edizioni Museo Pasqualino, 2017

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *