Il cibo è ormai fuori moda. La cucina non s’usa più. E la gastromania spopola nelle province low cost, invadendo i meandri della cultura più pop, per non dire trash. Così, i tinelli piccolo borghesi si riempiono di ricettari etnici, non c’è massaia che non curi l’impiattamento del polpettone di seitan, i supermercati di quartiere traboccano di biologico, si agitano calici olezzanti di rosso d’annata nei bar della piazza di paese, tremebonde televisioni locali zoomano su dettagli di pietanze raffinatissime, cupi dietologi prescrivono alimenti dignitosamente “senza”, stracchi turisti si inerpicano per sinuosi itinerari eno-gastronomici. Ma il discorso sul cibo non interessa più nessuno: gli opinion leader, o sedicenti tali, alzano il sopracciglio al racconto dell’ennesima cena gourmet; i media vecchi e nuovi sbadigliano cestinando il milionesimo comunicato che annuncia l’evento gastronomico dell’anno. A farne le spese, coi nostri stomaci, è manco a dirlo il cibo, appena uscito dalla glaciazione moderna e subito ricacciato in una mitologia di massa che, glorificandolo a più non posso, ne trascura la verità. Ossia, molto semplicemente, il suo valore politico.    

Gianfranco Marrone, Dopo la cena, allo stesso modo. Dieci anni di immaginario gastronomico, Torri del vento Edizioni, Palermo, 2019

Marrone G., Dopo la cena, allo stesso modo. Dieci anni di immaginario gastronomico, Torri del vento Edizioni, Palermo, 2019

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