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L’opera di Roland Barthes (semiologo, saggista, critico letterario  fra i principali nel Novecento) è ancora ricca di idee e di modelli per leggere il nostro presente. Questo lessico concettuale prova a ricomporne i pezzi: circa cinquanta parole chiave con molti  rimandi fra loro. I lemmi hanno natura diseguale ma tono analogo, in modo da far emergere la poliedricità di interessi di questo  autore e la rigorosità dello sguardo che li attraversa. Il tutto sulla  base di un unico principio di fondo: tralasciamo inutili biografismi e torniamo ai testi di Barthes.

“Il 13 novembre 2015 si apre a Parigi, per commemorarne il centenario della nascita, un vistoso colloquio su Roland Barthes. La sede è il Collège de France: là dove Roland Barthes tenne i suoi ultimi corsi sul Vivere insieme, il Neutro, la Preparazione del romanzo. Là dove stava recandosi, quella mattina del febbraio 1980, quando fu investito dalla famigerata camionetta che nel giro di poche settimane gli tolse la vita.

Quella notte, da quelle parti, succede quel che succede.
La mattina dopo il Collège è chiuso. La successiva giornata del convegno non può tenersi. Uno sparuto gruppo di relatori s’incontra dinnanzi ai cancelli. Qualcuno propone di trasferirsi al bistrot più vicino e continuare là gli interventi, il dibattito, la rievocazione. Trovata molto parigina, accolta dai presenti con evidente inquietudine, mesta rassegnazione, pochissima convinzione. E consumata in gran fretta. Il colloquio viene rinviato a data da destinarsi: gli interventi restanti si terranno, senza pompa magna, due mesi dopo.

Si è chiuso così, nel peggiore dei modi, il densissimo periodo di celebrazioni del centenario barthesiano. Un anno che si voleva festoso oltre che pensoso, allegro oltre che critico, nel corso del quale si sono moltiplicati manifestazioni ed eventi d’ogni tipo, pubblicazioni, libri, riviste, siti web, pagine Facebook, mostre, seminari e convegni in moltissime parti del mondo. Al punto che un bilancio sarebbe, oltre che insensato, intempestivo. A una prima impressione si ricava comunque un dato di un certo rilievo: il centenario barthesiano ha ufficializzato, e perciò sclerotizzato, alcune tendenze critiche (chiamiamole così) che fanno di Roland Barthes un santino letterario tanto innocuo quanto noioso. Di fatto erodendo, con l’inattuale originalità che esprime, l’interesse intellettuale e letterario, fiosofico e artistico nei confronti della sua opera.

[…] Occasione sprecata dunque? Un centenario da dimenticare? Per nulla. Di cose interessanti ne son state dette e fatte parecchie. Non ultima quella, in generale, d’aver onorato la memoria di un personaggio unico nella storia culturale del Novecento che ha ancora parecchio da insegnarci, da suggerire, da indicare come pertinente. Non per la sua vita più o meno interessante. Né come oggetto di un passato supposto glorioso. Né tanto meno per gli scritti letterari che non ci ha lasciato. Ma per quel suo sguardo leggero e penetrante, formale e critico, sistematizzante e discontinuo che ha caratterizzato l’intera compagine delle sue opere. Leggendole e rileggendole, non vanno cercati modelli o metodi, formule o profezie ma, appunto, visioni del mondo e delle cose, punti di vista sulla società, prospettive d’analisi e d’interpretazione dei fatti culturali.

È ciò che questo libro prova a fare. Contrastando ogni forma di biografismo, storicismo o estetizzazione, ecco una raccolta di parolechiave che prova a esplorare in orizzontale e in verticale l’opera di Roland Barthes, una specie di lessico improprio, una raccolta di materiali sotto forma di concetti, modelli e categorie presentati secondo l’ordine più arbitrario e più rassicurante che esista: quello alfabetico – che del resto a Roland Barthes, com’è noto, piaceva moltissimo. Frammenti d’un discorso barthesiano? Non esattamente, o forse non proprio. Sospettiamo da tempo che nell’opera di Barthes – varia, multiforme, affascinante, complessa – la frammentarietà (così come la famigerata distinzione in “fasi”) sia solo un effetto di superficie: un velo che tende ad ammantare, decorandola e rilanciandola, una ricerca di senso che, se è forse esagerato definire sistematica, è in qualunque modo legata ai medesimi temi, a perpetui interrogativi cui il semiologo – in servizio non permanente ma pertinente – prova a fornire risposte diverse. Modificando spesso il punto di vista teorico o la forma di militanza politica, lo stile argomentativo o la componente d’investimento affettivo, il genere testuale o il grado d’assunzione delle mode intellettuali del momento, il discorso barthesiano (questo sì, da porre e rivendicare) insiste caparbiamente – nonostante le frequenti dichiarazioni a effetto del suo autore – sui medesimi problemi: e cioè sul nesso profondo fra le articolazioni linguistiche e le strutture sociali, fra i processi comunicativi e quelli culturali, fra i sistemi di significazione e i modelli antropologici individuali e collettivi. Un nesso ineliminabile che non è mai, comunque, di determinazione consequenziale quanto di presupposizione reciproca. Alla ricostruzione delle cause Roland Barthes oppone quella delle ragioni, alla ricerca delle origini l’edificazione delle strutture, all’individuazione dei fini una più conducente, benché tragica, gestione del senso umano e sociale.

Sta qui, molto in breve, il senso di quell’espressione brechtiana che Roland Barthes ha ben presto fatto propria –  responsabilità delle forme– amplificandone il portato. Le forme hanno ben poco di formale, meno che mai di formalista (a voler prendere questi termini – forma, formale, formalista – in quell’insistente, dispotica, patetica accezione negativa che idealismo, storicismo e marxismo hanno loro attribuito). Per questo hanno un’enorme responsabilità – verso sé stesse e verso di noi che, generandole, le interpretiamo e reinterpretiamo senza sosta. La forma, per Roland Barthes, ha una propria forza morale proprio perché ha un peso considerevole nella vita sociale e culturale, personale e collettiva della specie umana. È la forma che rende possibili (percepibili, individuabili, fruibili) le sostanze del mondo, di qualsiasi tipo e condizione esse siano, svanendo dietro di esse. Da una parte, non si dà percezione delle materie e attribuzione di significato senza una qualche articolazione preventiva, sia delle sostanze sia del senso. D’altra parte, questa doppia articolazione, forse perché sopraindividuale e dunque, spesso, inconsapevole, viene dimenticata, dissimulata, rimossa; di modo che l’abitudine verso di essa produce un effetto di evidenza, di ovvietà, addirittura di naturalità. Abituandoci a interpretare le cose in un certo modo, pensiamo che quel modo sia l’unico possibile, e ce ne facciamo, come si dice, una ragione. Solo che per Roland Barthes, l’interpretazione non è tanto un’attività cognitiva quanto piuttosto una disposizione teatrale, come quando si dice che un attore interpreta un ruolo, ora sparendo dentro di esso (secondo il celebre paradosso individuato da Diderot) ora straniandolo e straniandosi (secondo il dettato, guarda caso, di Brecht). L’etica delle forme sta tutta in questo gioco di simulazione e dissimulazione, costruzione e nascondimento, articolazione e naturalizzazione.

Sono concetti, questioni, dispositivi, segni e sintomi che ritroveremo di continuo nelle pagine di questo libro, le quali cercano di ricostruire – sotto forma di voci lessicografihe – i diversi modi in cui Roland Barthes ha risposto ai medesimi interrogativi o, per altri versi, ha riformulato le medesime risposte, modificando le prospettive d’analisi, gli sguardi di sbieco, gli strumenti momentanei e i modelli parziali per districarsi al loro interno.

[…] Abbiamo provato a riorganizzare la problematicità del pensiero e dell’opera di Roland Barthes – al netto delle divagazioni biografiche, foraggianti un’editoria miope alla perenne ricerca di presunte novità – non per frammenti ma per attraversamenti progressivi, accostamenti molteplici, elenchi sovrapposti di idee e di modelli. I lemmi che compongono il libro, si vedrà, non sono analoghi, non seguono la medesima logica di composizione e di sviluppo. […]

Come tutti i dizionari o lessici, il libro non ha un inizio o una fine ma molteplici entrate, camminamenti interni e criteri d’accelerazione. Ci si può introdurre in esso da una qualsiasi delle voci e, una volta dentro, grazie alla finta serie di rinvii ci si può girovagare senza, come in un labirinto, poterne (o volerne) uscire. Ogni lettore costruirà il proprio percorso di lettura, aprendo e chiudendo il volume come preferisce, usandolo ora come studio introduttivo all’opera barthesiana, ora come testo di consultazione momentanea per approfondire singoli punti, ora come strumento di lavoro per ricomporre sue problematiche talvolta composite, ora come apparato critico per ripercorrere la struttura di un pensiero e le articolazioni di una carriera intellettuale fra le più intriganti, pressanti, potenti del secolo scorso – che necessitano ancora, ne siamo certi, di nuove analisi e nuove interpretazioni.”

Gianfranco Marrone è professore ordinario di Semiotica all’Università di  Palermo. Tra le sue pubblicazioni: Il sistema di Barthes (Bompiani, 1994), Corpi  sociali (Einaudi, 2001), Il discorso di marca (Laterza, 2007), Stupidità (Bompiani,  2012) e, per Carocci editore, Palermo. Ipotesi di semiotica urbana (2010) e Buono  da pensare. Cultura e comunicazione del gusto (1a rist. 2015).

Gianfranco Marrone
Roland Barthes: parole chiave
Carocci
Roma
2016

Gianfranco Marrone, Roland Barthes: parole chiave, Carocci, Roma, 2016
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